La vera storia dell’Omega Speedmaster Moonwatch

Il viaggio leggendario del cronografo più famoso del mondo: scopri la vera storia dell'Omega Speedmaster Moonwatch, dalle sue origini sulle piste da corsa fino ai test di tortura della NASA e al salvataggio della missione Apollo 13.

Ci sono orologi che segnano il tempo e orologi che fanno la storia. Nel panorama dell’orologeria meccanica, nessuno può vantare un pedigree epico e affascinante come l’Omega Speedmaster Professional.

Se vuoi scoprire la vera storia dell’Omega Speedmaster Moonwatch, devi sapere che questo cronografo è diventato leggenda il 21 luglio 1969, quando ha camminato sulla superficie lunare. Ma la sua presenza nello spazio non è stata il frutto di una sofisticata operazione di marketing o di una sponsorizzazione millenaria.

È stata, al contrario, il risultato di una selezione spietata basata unicamente sul merito tecnico, la resistenza estrema e il superamento di test che avrebbero distrutto quasi ogni altro segnatempo sul pianeta. Scopriamo l’incredibile odissea dell’orologio che ha conquistato lo spazio profondo.

1957: Le Origini Terrestri e il DNA da Corsa

Per capire il mito del Moonwatch dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, precisamente al 1957. In quell’anno, la maison di Bienne lancia una trilogia di orologi professionali destinata a cambiare le sorti del marchio: il Seamaster 300 per i subacquei, il Railmaster per gli scienziati esposti a campi magnetici, e lo Speedmaster (referenza CK 2915). Progettato dal designer svizzero Claude Baillod, il primo Speedmaster non nasce per guardare le stelle, ma per monitorare i tempi sulle piste automobilistiche.

Fu il primo cronografo al mondo a spostare la scala tachimetrica sulla lunetta esterna anziché stamparla sul quadrante, massimizzando la leggibilità. Al suo interno batteva un gioiello dell’ingegneria meccanica: il Calibro 321.

Sviluppato nel 1943 da Albert Piguet presso la filiale Lemania, questo movimento a carica manuale con smistamento delle funzioni cronografiche tramite ruota a colonne era rinomato per la sua robustezza e precisione cronometrica.

Il Preludio Nello Spazio: Walter Schirra

Mentre Omega promuoveva lo Speedmaster tra i piloti di auto sportive, la neonata NASA (fondata nel 1958) stava correndo la corsa allo spazio contro l’Unione Sovietica. Nelle prime missioni del programma Mercury, gli astronauti compresero subito che un cronografo analogico meccanico era un pezzo di equipaggiamento di sicurezza indispensabile per calcolare i tempi di accensione dei razzi e il consumo di ossigeno in caso di guasto ai sistemi elettronici.

Il 3 ottobre 1962, l’astronauta Walter “Wally” Schirra volò a bordo della capsula Sigma 7 (missione Mercury-Atlas 8) indossando il suo orologio personale: un Omega Speedmaster referenza CK 2998 acquistato privatamente in una gioielleria di Houston. L’orologio si comportò egregiamente nel vuoto cosmico, fornendo una prima prova non ufficiale del potenziale spaziale dello Speedmaster.

Il Bando Segreto della NASA e le Marche Partecipanti

Con l’avvicinarsi dei programmi Gemini e Apollo, che avrebbero previsto le prime attività extraveicolari (EVA), ovvero le passeggiate nello spazio protetti solo dalla tuta spaziale, la NASA decise che non si poteva più fare affidamento sulle scelte personali dei piloti. Serviva un cronografo d’ordinanza, ufficialmente testato e approvato.

Nel quarto trimestre del 1964, l’ingegnere della NASA James Ragan inviò una lettera di richiesta formale di preventivo e specifiche tecniche (un vero e proprio bando di gara) a diverse sussidiarie e distributori americani delle principali case orologiere mondiali. I requisiti erano stringenti: un cronografo da polso ad alta resistenza.

A questo bando risposero solo quattro marchi:

Tuttavia, Hamilton commise un errore strategico: invece di inviare un orologio da polso come richiesto dalle specifiche, propose un imponente cronografo da tasca modificato. Venne immediatamente squalificata prima ancora che i test avessero inizio.
Rimasero tre contendenti a sfidarsi nei laboratori della NASA: Omega, Rolex e Longines.

Gli 11 Test di Tortura della NASA

I test condotti dai tecnici governativi tra la fine del 1964 e i primi mesi del 1965 sono passati alla storia come una vera e propria operazione di “tortura” per la meccanica di precisione. Gli orologi (per Omega fu utilizzata la referenza 105.003) vennero sottoposti a 11 prove distruttive:

Il responso fu implacabile. I prototipi di Rolex si fermarono in due occasioni distinte durante i test termici e l’umidità deformò le lancette. Il Longines vide il suo vetro deformarsi e staccarsi a causa del calore estremo.

Soltanto l’Omega Speedmaster superò tutti i test senza riscontrare anomalie strutturali o scarti di precisione intollerabili. Il 1° marzo 1965, la NASA emise il verdetto definitivo dichiarando lo Speedmaster “Flight Qualified for all Manned Space Missions” (Qualificato per il volo per tutte le missioni spaziali con equipaggio).

Da quel momento storico, Omega ottenne il diritto di stampare sul quadrante una parola che ne avrebbe definito l’identità: “Professional“.

21 Luglio 1969: L’Impronta sulla Luna

Il momento culminante della storia dello Speedmaster si scrive durante la leggendaria missione Apollo 11, decollata il 16 luglio 1969 dalla rampa di lancio del Kennedy Space Center spinta dal colossale missile Saturn V.

L’equipaggio era composto da tre pionieri dello spazio: Neil Armstrong, Edwin “Buzz” Aldrin e Michael Collins.

Il 20 luglio 1969, il modulo lunare Eagle toccò il suolo del Mare della Tranquillità. Pochi sanno che l’orologio di Neil Armstrong non scese sulla superficie lunare. Durante le manovre di allunaggio, il timer elettronico di bordo del modulo ebbe un malfunzionamento e Armstrong scelse cautamente di lasciare il proprio Speedmaster all’interno dell’abitacolo come strumento di backup d’emergenza.

Il primo orologio a calpestare effettivamente la polvere lunare fu lo Speedmaster (referenza 145.012, animato dallo storico Calibro 321) indossato al polso di Buzz Aldrin. Aldrin aprì il portellone e scese la scaletta alle ore 03:15:16 UTC del 21 luglio 1969. L’orologio era allacciato sopra la massiccia tuta spaziale in tessuto A7L grazie a un lungo cinturino in velcro nero. Era nato ufficialmente il Moonwatch.

Il Vetro Esalite: Una Scelta di Vita o di Morte

Una delle caratteristiche tecniche che più affascina i collezionisti moderni è il vetro dello Speedmaster tradizionale. Non si tratta del moderno vetro zaffiro antigraffio, bensì dell’esalite, un particolare tipo di plexiglas o materiale acrilico bombato.

La scelta della NASA in questo senso fu tassativa. In caso di urto violento all’interno della cabina a gravità zero, il vetro zaffiro o un comune vetro minerale si frantumerebbero in migliaia di minuscole schegge affilate e fluttuanti. Tali frammenti rappresenterebbero un pericolo mortale per gli astronauti, rischiando di essere inalati o di perforare le tute e i sistemi elettronici. L’esalite, invece, sotto forte impatto tende a creparsi o a rigarsi senza andare in frantumi, trattenendo i pezzi ed eliminando il rischio di pulviscolo tagliente nell’abitacolo.

Aprile 1970: I 14 Secondi che Salvarono l’Apollo 13

Se l’Apollo 11 regalò allo Speedmaster la gloria eterna, fu la sfortunata (ma eroica) missione dell’Apollo 13 nel 1970 a dimostrare quanto quell’orologio fosse a tutti gli effetti uno strumento salvavita.

A metà del viaggio verso la Luna, l’esplosione di un serbatoio d’ossigeno danneggiò gravemente il modulo di servizio della navicella. Gli astronauti James Lovell, Jack Swigert e Fred Haise dovettero abbandonare la cabina principale e rifugiarsi nel piccolo modulo lunare Aquarius, usandolo come una sorta di “scialuppa di salvataggio”. Per risparmiare la pochissima energia elettrica rimasta nelle batterie e sopravvivere al gelo dello spazio, l’equipaggio dovette spegnere quasi tutti i computer e la strumentazione digitale di bordo.

Durante la disperata rotta di rientro verso la Terra, la navicella andò fuori asse. Era necessaria una correzione manuale della traiettoria: un’accensione controllata dei motori della durata esatta di 14 secondi. Un errore anche di un solo secondo avrebbe causato un angolo di rientro errato, facendo rimbalzare la navicella sull’atmosfera terrestre o bruciandola nello scontro con i gas.

Senza computer operativi, l’astronauta Jack Swigert utilizzò il suo Omega Speedmaster personale per cronometrare al millesimo di secondo l’accensione manuale dei propulsori. La manovra riuscì perfettamente e l’equipaggio rientrò sano e salvo sul nostro pianeta il 17 aprile 1970.

Per questo eccezionale atto di affidabilità meccanica in condizioni disperate, la NASA conferì ad Omega nell’ottobre del 1970 lo “Silver Snoopy Award”, la massima onorificenza assegnata dagli astronauti alle aziende partner in grado di garantire il successo e la sicurezza delle missioni umane.

Un’Icona Intramontabile

Ancora oggi, l’Omega Speedmaster Professional viene prodotto rispettando fedelmente le specifiche d’epoca. Sebbene i modelli moderni incassino calibri evoluti dotati di scappamento Co-Axial e certificazione Master Chronometer (come il celebre Calibro 3861), lo spirito del Moonwatch è rimasto rigorosamente intatto.

Nato per misurare i chilometri orari sull’asfalto, lo Speedmaster ha finito per misurare i confini dell’audacia umana nell’universo. Un oggetto senza tempo che, al polso di chi lo indossa, continua a raccontare l’epica impresa di quando l’uomo guardò la Luna e decise di andarsela a prendere.

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